S.Giovanni, Cristo, il Solstizio e gli Specchi Esseni

S.Giovanni, Cristo, il Solstizio e gli Specchi Esseni

San Giovanni e il Solstizio

S.Giovanni Battista si festeggia il 24 di Giugno e ha un corrispondente con il Solstizio d’Estate. A livello astronomico il Solstizio è il 21 Giugno, il giorno più lungo dell’anno. Come per le stagioni è dovuto all’inclinazione dell’asse terrestre, determinando gli equinozi.
S.Giovanni è colui che ha battezzato Cristo, assumendo con questo gesto un grande significato nella dottrina cattolica.
Si realizza una connessione con il Solstizio d’Inverno, del 22 Dicembre, il giorno più corto dell’anno. Proprio in questo periodo di freddo e oscurità maggiore nasce il Cristo, il Sole Invictus portatore di luce. Un altro S.Giovanni, l’Evangelista, festeggiato il 27 di Dicembre, completa il paradigma. Quest’ultimo viene simboleggiato nell’iconografia da un’aquila per il suo volare alto con il pensiero. È uno dei quattro evangelisti, discepolo amato da Gesù, bilancia il suo omonimo legato al Solstizio d’Estate.

San Giovanni Battista

Gesù Cristo
San Giovanni Evangelista

Sincretismi

Il sincretismo cattolico sostituì con la venerazione dei santi le ritualità pagane legate spesso all’agricoltura e ai suoi cicli.
I solstizi sono due momenti peculiari nel corso dell’anno solare e il sole assurge a simbolo primario della vita e della sua energia.
In epoca pagana, di molteplici divinità, erano diversi i rituali legati da un lato all’inizio della stagione estiva e dall’altro di quella invernale.
Si discute sul collegamento tra il Battista e la comunità giudaica degli Esseni. Questo popolo viveva nel deserto attendendo l’avvento del Messia e praticava il rito del battesimo come forma di purificazione. Quello di Giovanni assunse in seguito la funzione di conversione religiosa.

 

 

 

 

 

 

 

Il popolo degli Esseni

Gli Esseni, gli antichi Nazareni, risalgono circa al II sec. a.C. Parlano di loro lo storico romano Tito Flavio e Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale”. Vegetariani, celibi, non possedevano denaro né usavano le armi, se non per difendersi. Però predicavano un imminente conflitto con i “Figli del Buio”, ritenendosi essi i “Figli della Luce”.
Nel 1947 a Qumran vengono scoperti i “Rotoli del Mar Morto”, 972 manoscritti che costituirebbero una vera e propria biblioteca essena.
Si conosco oggi gli “specchi esseni“, strumento di autoanalisi mirata al miglioramento di sé, ma non c’è nessun riferimento esplicito nei manoscritti di Qumran agli specchi esseni.
Si ipotizza che Cristo fosse un esseno. Le similitudini tra usanze rituali, teologia e consuetudini organizzative della cultura essena e la dottrina cristiana sono numerosissime.
Gurdjieff nel suo “I racconti di Belzubù a suo nipote” sostiene che gli esseni furono i più veri e fedeli seguaci di Gesù.
Da dove vengono dunque gli “specchi esseni” e quale è il loro significato simbolico?
Il metodo trasformativo dei “Sette specchi esseni” si basa sul presupposto che ciò che è fuori di te corrisponde visibilmente a ciò che è dentro di te.
La metafora dello specchio con l’acqua e con la possibilità di guardarsi dentro nasce spontanea.
Il primo a parlare degli specchi esseni è Gregg Braden nel 1997. Secondo le sue teorie diventiamo ciò che siamo attraverso le relazioni che rispecchiano la nostra coscienza.
Nel 2007 Braden sostiene che nella biblioteca di Nag Hammadi si trovano dei testi sugli specchi che inizialmente erano 5: “I cinque antichi specchi della relazione”.

 

I 7 Specchi Esseni

Analizziamoli uno ad uno, compresi i 2 aggiunti in seguito e cerchiamo di comprenderne l’utilità, ma stando sempre attenti all’inganno. Si sa che gli specchi sono ingannevoli, riflettono un’immagine non reale, che da un’altra angolazione con il reale ha sempre a che fare. La scienza neurologica ha scoperto i neuroni specchio, che si attivano indifferentemente quando compiamo oppure guardiamo un’azione. L’osservazione ha la capacità di acquisizione allo stesso livello dell’azione. Ciò implica che l’esperienza che facciamo è strettamente legata a quella che fanno gli altri.

  • Il 1° Specchio ci dice ciò che siamo. Quello che vediamo negli altri è ciò che siamo nel presente. Se qualcosa ci infastidisce dell’altro, quel qualcosa è dentro di noi.
  • Il 2° Specchio ci dice ciò che pensiamo. Se qualcosa ci infastidisce dell’altro questo riflette un nostro giudizio, ci viene mostrato ciò che giudichiamo.
  • Il 3° Specchio ci dice ciò che desideriamo, che manca o che abbiamo perso. Se una persona ci fa provare un brivido dobbiamo chiederci cosa ci piace in questa persona che manca in noi.
  • Il 4° Specchio ci dice ciò di cui siamo convinti. Le relazioni che viviamo sono la conseguenza di quello che abbiamo dentro.
  • Il 5° Specchio ci parla del nostro rapporto con il divino. I genitori rappresentano questo aspetto. Se ci giudicano noi non crediamo di essere all’altezza.
    Il 6° Specchio ci parla della nostra grandezza. Tutto ciò che ci succede è perché possiamo affrontarlo. Superare le prove ci rende consapevoli del nostro potere.
    Il 7° Specchio ci parla della perfezione. Tutto è così come deve essere.

Interpretazioni

Il 1° Specchio contiene un senso plausibile. Teoricamente se non avessimo nulla che non va non incontreremmo nessuno che ci possa infastidire. Si può obbiettare che per far si che questo accada, occorrerebbe un livello di purezza enorme e un distacco dal mondo materiale. Ci può essere anche il rischio di evitare a priori persone che ci possono far sentire a disagio e frequentare solo quelle che non mettono mai in dubbio il nostro equilibrio. Se effettivamente ci rispecchiamo sarà necessario per la nostra evoluzione andare fino in fondo a quella proiezione e non rifuggirla.

Il 2° Specchio parla del giudizio ed è simile al primo. Il giudizio è sacrosanto e inevitabile e indubbiamente qualcosa che giudichiamo ci riguarda. Sostenere però la totale specularità priva gli individui delle loro peculiarità e sfumature e pone un’attenzione egocentrica su di noi, come se tutto il mondo fosse un nostro riflesso. In sostanza esiste qualcosa al di fuori della nostra portata sul piano fisico delle personalità, mentre una unione più profonda può riguardare le nostre anime che interagiscono a dei livelli esenti dalla morale e dal giudizio. Occorre precisare però che molte persone non si comportano seguendo il profondo sé ma piuttosto i dettami della mente, della personalità e della società in cui vivono e quindi della cultura. Apprendendo il significato di questo specchio ad un livello superficiale il rischio che si corre e di non giudicare più nessuno per mancanza di empatia, credendoci presuntuosamente superiori ed esenti dai bassi istinti, che in realtà vengono repressi, come spiega bene Jung quando parla dell’ombra.

Il 3° Specchio implica una revisione del concetto di invidia. Se siamo attratti da qualcuno però non è detta che sia l’effetto di una mancanza. Conservando il concetto di rispecchiamento, valutiamo la possibilità che ci sia una stimolazione di una parte di noi, che c’è ma che non viene espressa. Vedendola nell’altro può scoccare quella scintilla che se non si tramuta in sentimenti di possesso o controllo diventa stimolo.

Il 4° Specchio dice una sacrosanta verità. Le persone che ci circondano e le relazioni che intessiamo sono il risultato del nostro interiore, anche quando non ne siamo consapevoli. Possiamo convincerci che sia la mente a decidere e in effetti sul piano materiale agisce eccome; ma quello che fa, sia tacere e fungere da strumento, quando è sottomessa all’anima, sia illudersi di dominare, lo fa sempre in funzione di qualcosa. Quindi la sua finalizzazione ne sancisce il limite destinato prima o poi a manifestarsi. Dovrà a quel punto la mente arrendersi al suo non poter capire e lasciar fare a qualcosa che ci portiamo dentro e che conosce inconsciamente la via da percorrere, che non sembra avere nessun fine, che si basa sul sentire.

Il 5° Specchio dice un’altra verità, sostenuta dalle teorie di Bert Hellinger e dalle costellazioni familiari. I nostri genitori sono le nostre divinità in terra e il loro giudizio ci può schiacciare. Qual è la via d’uscita da questo specchio la cui immagine non possiamo sostenere?
Riconoscere e ringraziare per il dono della vita che ci è stato fatto ma ritenerci gli unici artefici del nostro universo. Benedire le nostre radici ma non restarne aggrappati per poter creare a nostra volta altre radici, altre opere. Questa operazione quando un genitore, o di solito entrambi, son giudicanti, non è affatto semplice e necessita in prima istanza di un’uccisione metaforica, una lacerazione affettiva che ci liberi dal loro legame invischiante. Serve buttar fuori tutta quella rabbia che di solito ci portiamo in corpo, senza saperlo, proprio perché i genitori sono dèi e andargli contro è una guerra persa in partenza. Ma sotto sotto siamo guerrafondai e solo dopo quella liberazione di sentimenti orrendi possiamo dare il giusto valore alle nostre radici e rendere grazie per il dono della vita.

Il 6° Specchio dice anch’esso, come gli altri, una verità. Siamo qua per fare un’esperienza e quindi niente di ciò che ci capita è privo di senso o non possiamo affrontarlo, anche le cose più tremende. Va precisato però che difronte alle sofferenze altrui possiamo fare qualcosa, offrire un aiuto se ci viene richiesto. Questo sostegno deve essere dato quando siamo in grado di farlo, quando sentiamo empaticamente qualcosa ma siamo anche in grado di avere il giusto distacco per non far finire un aiuto in un nostro tracollo.

Il 7° Specchio dice la suprema verità. Tutto ciò che accade è perfetto. Quello che noi chiamiamo errori altro non sono che le esperienze che stiamo facendo. Il rischio di una comprensione superficiale di questo concetto è di nuovo un’attenzione al sé nell’immediato che può togliere spazio ai rischi e alle cadute che invece hanno le persone che vivono le esperienze prima e poi le comprendono. Se vuoi capire prima di fare sei fermo, ma anche questo secondo il 7° Specchio ha un senso, vuol dire che ancora non ti senti pronto per rischiare. Il problema è pensare di aver capito senza averne fatto esperienza, l’illusione di aver capito la offre la mente mentre la comprensione della perfezione nasce dal profondo.

Conclusione

In conclusione non esiste nulla di errato nelle teorie trasformative degli specchi esseni, a prescindere che siano stati gli esseni stessi a concepirle o siano il frutto di un abile divulgatore come Braden. Ma occorre, come annunciato sopra e come espresso nell’analisi dei vari punti, fare molta attenzione nel pensare di aver capito, di aver appreso un meccanismo rivelatore e risolutivo. Già questo dovrebbe far nascere più di un sospetto. Non esiste una chiave universale e le scappatoie della mente mascherate da comprensione della realtà e degli altri, sono numerose e convincenti.

Non esistono maestri o dottrine che possano farci comprendere ciò che possiamo conoscere nella nostra anima. Qualsiasi valutazione di vantaggio o svantaggio che compiamo è di sicuro il risultato di un inganno mentale. La spiegazione è molto semplice infondo. L’altro da noi è un essere con un universo complesso come il nostro. Ridurlo a specchio delle nostre manifestazioni impoverisce come si diceva le capacità empatiche, concentrando tutta l’attenzione narcisisticamente su noi stessi.

Il rischio è anche quello di evitare il fastidioso e il provocatorio per ricercare una serenità che è giusto desiderare. Chi è passato attraverso il proprio nero, chi ha visto il profondo del proprio fondo, chi ha sofferto e da quel dolore ne ha saputo trarre vantaggio, giungendo per forza di cosa ad amarlo, a considerarlo fonte primaria di vita, si è realmente trasformato. Riflettete, ma fate attenzione, non basta guardarsi allo specchio, occorre andarci dentro e passare dall’altra parte. Dopotutto lo stesso figlio di Dio ha passato i dolori della carne e ricordiamo uno dei suoi insegnamenti: “Ama il prossimo tuo come te stesso!“.

Concludo con un pensiero di Emmanuel Lévinas, tratto da “Totalità e Infinito”.
“Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’epifania del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività; di accoglienza o di rifiuto.”

Per approfondire

Le teorie sugli specchi e sulla non sofferenza

Totalità e Infinito di Emmanuel Lévinas

Tu non sei Dio di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

Critiche alla teoria degli specchi

 

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